SCENARI E VISIONI

Alcuni li veste. Altri li riduce, scabri. I cieli, sembra li dipinga. Come se sorvolasse monti e valli e si soffermasse, acuto, su quell’aria, quel piccolo bacino d’acqua, quell’ombra del crinale assolato. Fotografa i paesaggi Michele Galice, ma non si cura di renderli, di rappresentarli; fa collezione dei loro attimi, suggestivi, incantati, e li custodisce.

Il suo occhio interviene, distingue, sceglie, la sua macchina obbedisce e in “quel” momento li coglie. In fondo lo traduce il paesaggio, lo depura e ne ricompone la naturalità che indica, ma ne raccoglie e ne compie una sorta di riscatto. Non più la percezione di zone, masse e strapiombi, ma la giustapposizione delle loro aree e colori per una forma nuova di montagna; un’immagine di montagna che raduna gli accostamenti, le campiture, i toni della materia in una visione calibrata tra l’offerta di sé, aperta e dispersa, e il “riordino” delle sue asprezze, degli ingombri monumentali, delle coloriture tattili. Come se ne riprofilasse, Michele Galice, una identità  più serrata, una misura di aggregata unità di elementi diversi; fino ai limiti di esiti nuovi, in una trama “dovuta” alle forme della montagna, ma destinate, ora, al piacere di combinazioni che risaltano sponde lineari evocative, astratte figurazioni di stati d’animo, “dipinti” fotografati. La montagna c’è, è lì, fonda e serena, ma decantata: rocce e lontananze aggregano incastri e rapporti sul foglio della foto, e il paesaggio, docile, appare “quadro”, si conforma alla sensibilità, per noi, del suo autore. Il vero si mostra verosimile in un nuovo assetto, nuove soglie al di là delle quali (al di qua?) si riconosce la realtà, ma ormai ai confini dell’immaginazione, rigorosi, però, nello scandire una nuova bellezza.

         La figura umana, quando raramente appare, è inscritta nella pagina del paesaggio a punteggiare, a definire un equilibrio, a rapportare un tracciato a un orizzonte, a riconoscerci lì, dispersi, tra la suggestione e la distanza. E’ collocato, l’uomo, in funzione dello scenario grandioso, figurante da inserire, mobile e umile, soltanto nel ruolo della sua piccola utile apparenza.

         Anche l’artificiale, il costruito, l’edificato dall’uomo, è raro: una piastra verticale, la regolarità plastica di una massa, il volume compatto solido e protettivo di una casa, sono lì a confortare l’uomo, vicini al suo incantato, isolato smarrimento, al suo essere comunque appena una singolarità fisica, minuscola, inconsistente, in soggezione al cospetto delle dimensione irriducibile della spazialità dilatata e sovrastante.

                  Ed è con la luce che “anima” i suoi paesaggi, anche quelli “eretici” dal tema alpino della montagna; è con la luce che fa scoccare gli accordi tra le profondità intangibili di un mare disperso e l’implacabile immanenza di un colore fiammante, caldissimo; la geometria ancorata di un orizzonte con i contorni foschi di una sagoma di nave, la quinta grigia di una collina che scende e le sfumature lilla e azzurrine di profili distanziati.  La luce che svela o nasconde, impudica o discreta, l’infinito disporsi, nel tempo e nello spazio, del teatro nobile e sovrano del paesaggio; sa rendere la montagna,  la luce, severa o rassicurante, sconfinata o solenne. Michele Galice vuole attribuire alla sua maestosità la grazia dell’armonia. Vederla, e intenderla, come la possibilità di vivere i suoi scenari percettivi - le foto – testimonianza  e proiezione di visioni e valori interiori.

 Prof. Aldo Sclano

Civitavecchia, dicembre 2005 

 

 

 

 

 

 

 

 

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