Di fronte a me un  pilastro taglia l'inquadratura in verticale, tubi e travi abbarbicati intorno volteggiano nel vuoto di uno spazio indefinito, buio come il ventre di un gigante metallico. E' una foto di Michele Galice che mi accompagna da anni, la stazione di Basilea. A tradirne l'identità due treni in movimento parallelo che attraversano orizzontalmente la metà inferiore dell'immagine, mentre una serie di scale mobili con la sua linearità obliqua spezza la perfetta maglia ortogonale di treni, travi e pilastri.

Ciò che colpisce di questa foto non è solo il  bilanciamento sapiente degli elementi compositivi, ma l'uso pittorico della luce, una luce fredda che nell'oscurità dell'enorme vo- lume architettonico accende vetri e metalli,  virando  i colori da un'infinita varietà di grigi verso i toni più acidi del giallo e del verde. Uno scenario ambiguamente affascinante. E' una stazione ferroviaria, ma potrebbe trattarsi di una scenografia disegnata da Giger, una navicella spaziale, o un quadro astratto dove linee, volumi e colori generano un dinamismo potente.

Sta proprio qui il talento fotografico di Michele, nel sapere fare tabula rasa di ciò che è conosciuto e visibile per ricavarne immagini di un' emozione cristallina. All'inizio c'erano paesaggi allo stato puro, candide montagne innevate o accese pareti dolomitiche colte nei romantici bagliori di un tramonto, intrichi vegetali di lancinante bellezza, ombrosi sentieri, “cieli immensi e immenso amore” come recita la canzone di Battisti. Poi altri attori hanno rubato la scena. Ammassi di rottami rugginosi, saettanti autostrade, mostruose statue di campanili gotici, avveniristiche architetture o insoliti e poetici skyline. I soggetti di Michele col tempo diventano sempre più antropizzati, rivelando oltre al paesaggista infaticabile un animo “urbano” e sottilmente sofisticato.

Riflessivo e calibrato come può esserlo un architetto nello studio delle forme compositive dello spazio, ma anche appassionato “pittore” della luce, perso nella contemplazione di cromatismi irresistibili, tanto da commuoversi davanti al finestrino di un treno e scattare all'impazzata, senza concentrazione e senza filtri.

I genitori, entrambi artisti, lo hanno cresciuto a pane e pittura, regalandogli uno straordinario bagaglio iconografico, un “lessico famigliare” dove al posto di frasi, modi di dire o espressioni gergali a risvegliare sentimenti e memorie ci sono foto, dipinti, bizzarre collezioni di oggetti e cataloghi d'arte. Un'eredità importante che tuttavia non basterebbe a farne il fotografo che è oggi senza essere sorretta da un'autentica passione e da un'attitudine allo sguardo nella ricerca di un percorso espressivo estremamente personale. Attitudine allo sguardo,  già,  perchè Michele è un cacciatore di immagini, uno a cui piace immortalare momenti e luoghi per il gusto di fissare l'attimo e racchiuderlo in un'aura di sacralità. Dietro ogni suo scatto potrebbe iniziare un racconto, come in un film. Proprio come un regista me lo immagino nella realizzazione di queste “ombre salentine”. Un  vagabondo Wim Wenders  per le strade di Gallipoli in piena estate, abbagliato dal candore dei muri e stordito dalla vividezza dei colori, mentre ricerca l'affinità dei luoghi, per fermare il tempo, per evocare storie.

C'è la città, calma e piatta, dai toni tenui e crepuscolari, onirica come in un racconto di Calvino. Ci sono balconi, modanature e muri scrostati, incorniciati come gioielli preziosi, e poi ancora lampioni, tetti, carene di navi. I colori a volte sono pieni e vivaci, a volte desaturati dal tempo. Linee e volumi sono ridotti all'essenziale, disegnando un paesaggio dai toni  metafisici. Tutto sembrerebbe ricoperto dalla coltre di un sonno perenne, un velo di maleficio che avvolge cose e persone, se non fosse per il guizzo di quelle ombre che fanno palpitare i muri, li attraversano nella luce del tramonto rivelando fugaci presenze. Viene da chiedersi se siano persone in carne ed ossa, oppure ombre del passato, impressionate sulle facciate degli edifici come dopo la deflagrazione di un'atomica.

Restiamo sospesi in questo tempo irreale, come sospeso è lo sguardo di Michele che nel momento dello scatto passa oltre l'obiettivo, per fondersi con le sue immagini, per perdersi nel mondo ed amarlo di più.

Silvia Castrati

 

 

 

 

 

 

 

 

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