OMBRE SALENTINE

Vedi delle pareti, dei comignoli assonnati, il cielo che non si stacca dall’ingenuità di un nuovo giorno e poi ombre, finestre, linee perfette, sole, sole ovunque, anche dove non può entrare. Nessun orizzonte inflazionato, nessun romanticismo imballato, tetti e dolori, una parabola, il bianco sporco quasi giallo della Puglia, che sembra sempre morire di caldo e rigenerarti quando sei ad un passo dal non credere più alla bellezza.

Silenzio. Il silenzio che ogni tanto si lascia zittire dal vento e poi scende giù fino al mare di Gallipoli, si bagna i lati, intasca il caldo e sta lì ad aspettare di far parte di qualcosa di raro, di una foto, di un momento che non ti tradisce.

E io ne ho rubata una, ieri, non l’ho detto a nessuno perché è ancora lì insieme alle altre. Vorrei quella foto appesa alle pareti del mio futuro, vorrei sbirciarla la mattina appena mi sveglio, sentirla camminare nel presente, avvertirla nei ricordi quando sarò lontana da casa, spiegarla a chi mi chiede perché è lì, tuffarmi su quei tetti ogni volta che devo saltare fuori da me.
Raramente mi succede con delle foto, più con i dipinti, forse unicamente Salgado mi ha fatto dire: “La voglio”.

Riesco a descrivere solo così la mostra fotografica di Michele Galice inaugurata ieri a Civitavecchia. “Ombre Salentine” è un racconto di luoghi, un racconto di linee, di architetture e di ombre, di  normalità ignorata e persistente nella vita di chi, quelle ombre, le ha installate nel DNA e non riesce a leggerci nulla pur non potendone fare a meno.

Michele è un artista che non grida le sue capacità, le dà al mondo con la semplicità di chi non ha bisogno di conferme, ma solo di esprimersi con il linguaggio della fotografia. E lo fa dannatamente bene.

Francesca Luciani

Civitavecchia, maggio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

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