ARTICOLI

Questa sezione contiene articoli e recensioni di arte e fotografia che ho pubblicato per lo più sul blog Terzastrada.it dove potete trovare la versione originale.

 

 

Jimmy Nelson

Chi mi conosce sa che il ritratto ed il reportage etnografico non sono esattamente in cima alle mie preferenze in campo fotografico ma non rimango certo impassibile di fronte a lavori di grande impatto visivo come quello del fotografo britannico Jimmy Nelson che presenta, per la prima volta in Italia, un estratto del suo complesso reportage intitolato "Before They Pass Away" (Prima che scompaiano). Si tratta di un recentissimo lavoro focalizzato su 35 tribù, tra le più remote al mondo e presumibilmente a richio di estinzione, che l'artista ha raccolto nei cinque continenti durante l'arco temporale di quattro anni.

La mostra è curata da una firma prestigiosa, quantomai in linea con il tema, quella del nostro grande Folco Quilici e si terrà dal 4 al 24 luglio presso la PH Neutro Gallery di Pietrasanta (LU). Gli amici toscani sono avvisati. Le stampe in esposizione sono solo una quindicina anche se molto rappresentative. Consiglio, come sempre, di fare un giro tra le "pagine" del suo web-site, molto bello, dove troverete indicazioni utili sul viaggio che lo ha portato ad attraversare Etiopia, Indonesia, Papua Nuova Guinea, Kenya, Tanzania, Nuova Zelanda, Mongolia, Siberia, Yamal, Nepal, Cina, Vanuatu, Argentina, Ecuador, Namibia, India, Siberia, Chukotka e Paesi Bassi. Grazie ad una cartina interattiva potete accedere alle presentazioni dei singoli reportages. 

Le foto, riprese con una macchina fotografica a lastre 5 x 4 di cinquant’anni fa, colpiscono immediatamente per la loro solenne bellezza ma possono insinuare nello spettatore alcune perplessità sul vero senso di questa proposta. Nelson, sulla scia del grande Salgado, ha vestito il suo progetto di una cornice epica e impegnata alquanto ambiziosa ma ha scelto un taglio artistico molto differente da quello del maestro brasiliano. 
E qui veniamo all'aspetto controverso della sua mega-operazione che ha dato adito, accanto ai consensi entusiasti, anche ad alcune voci molto critiche. Non abbiamo a che fare, infatti, con una mera documentazione di scene di vita tribale improntate alla spontaneità. Nelson allestisce abilmente grandiosi ritratti singoli o collettivi, piuttosto artefatti, messi in scena nel loro ambiente naturale ricorrendo a tutta la potenza visiva che i visi, le vesti, le decorazioni e le imponenti "scenografie" del posto sono in grado di offrire. Una scelta stilistica che segue certamente un filone storicizzato in questo genere di ritrattistica, mai passato di moda. Può far storcere il naso, però, la "ripulitura" delle ambientazioni e dei soggetti in posa, privi di qualunque contaminazione riconducibile ai contatti forzati con il mondo esterno, proprio quella contaminazione che, negli intenti dichiarati del reporter, avrebbe dovuto essere uno dei temi su cui sensibilizzare l'opinione pubblica tramite le sue foto. La scelta adottata, dunque, di idealizzare il ritratto esulando da qualunque riferimento alle criticità vissute da queste genti oppure l'alternativa - scartata da Nelson - di testimoniarne le difficoltà in atto sono ambedue legittime dal punto di vista artistico. E' lecito però nutrire qualche dubbio sulla reale consistenza dei suoi intenti protezionistici rispetto alle evidenti implicazioni commerciali di un progetto visivamente così accattivante sebbene un pò algido, visto l'effetto "belle statuine" suscitato da molte delle sue foto. Si potrebbe spezzare una lancia a suo favore, invece, riflettendo proprio sulle pose statuarie dei suoi "modelli" che ci instillano una malinconica, quasi struggente sensazione di passaggio epocale capace di giustificare in pieno dal punto di vista espressivo i suoi intenti più nobili.
Lascio ad ognuno di voi questo spunto di riflessione per trarre le eventuali conclusioni personali. Le immagini, comunque, sono incontestabilmente belle e i bibliomani hanno la possibilità di acquistare una bella pubblicazione internazionale ad una cifra ragionevole oltre che un  gigantesco volume di 5kg a tiratura limitata stampato in Italia che contiene 500 immagini e tre stampe su carta Ilford fibra di seta oro firmate dall'autore.
 
Roba da collezionisti veri. Quindi non per me.

giugno 29, 2015

 

 

Giù la testa

Gli appassionati di fotografia più attenti conoscono certamente Josef Hoflenher, artista austriaco che da alcuni decenni costituisce un punto di riferimento di grande importanza. Fotografo di valore, non solo per la classe indiscutibile ma anche per un approccio professionale di tradizione che lo spinge ancora oggi a girare il mondo imbracciando la sua Hasselblad a pellicola secondo un'interpretazione etica del mestiere oggi ancora più apprezzabile nel pieno dell'era digitale. Sarebbe dispersivo addentrarsi in riflessioni critiche di sintesi sulla sua opera che è davvero imponente; basta sbirciare l’abaco dei portfoli pubblicati sul sito internet per capacitarsi della vertiginosa quantità di reportages realizzati negli angoli più disparati della terra: scopriamo vedute metropolitane magnifiche e solenni, deserti e marine immersi in meravigliose atmosfere crepuscolari, immagini di ogni tipo dove è sempre il paesaggio a dominare piuttosto che la figura umana. Hoflehner ha una predilezione forte per il bianco e nero, sulla scia dei grandi maestri e con una certa aderenza ad un filone espressivo piuttosto contemporaneo rappresentato da nomi illustri come Michael Kenna. Esempio mirabile di eleganza ci propone un sito ricchissimo di immagini; una stimolante occasione per lasciarsi andare ad un tour virtuale davvero coinvolgente.

Ma stavolta voglio soffermarmi su uno dei suoi lavori minori e più recenti intitolato Jet Airliner. Tradotto in una bellissima pubblicazione rappresenta un esempio di come uno spunto occasionale possa generare un progetto di qualità. In fondo anche i grandi autori a fine carriera faticano nel cogliere idee originali per un nuovo reportage ed in questo caso la situazione di partenza ha qualcosa di bizzarro: grazie ad alcuni mesi di appostamento su una spiaggia dell’isola caraibica di Sint Maarten l’autore ha raccolto una serie di immagini di grande impatto incentrate sui bagnanti che ogni giorno vengono sorvolati a bassa quota dai jet di linea, letteralmente a pochi metri dal loro naso e inondati dagli effluvi del cherosene. Una location assurda per il contrasto che si viene a creare tra l’atteggiamento curioso ma alquanto rilassato dei turisti e l’incombente, inquietante massa metallica degli aerei che impegnati nella fase più critica dell’atterraggio sembrano quasi schiantarsi su di loro. Una sapiente sovraesposizione appiattisce le luci fino a rendere il paesaggio evanescente, conferendo il massimo risalto alle ombre dei corpi ed alla soprastante carlinga che, anche quando si limita a fare capolino dal bordo della foto, costituisce sempre il baricentro degli equilibri compositivi e focalizza in modo perentorio la nostra attenzione. Un lavoro ironico ed efficace, forse in contrasto con la sua cifra stilistica più conosciuta ma proprio per questo ancora più interessante.

ottobre 08, 2014

 

 

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Gli altri orizzonti di Bruno Cals

Visto che siamo entrati ufficialmente nel mese dei mondiali di calcio voglio rendere omaggio al Brasile soffermandomi su un fotografo che pur godendo di una certa stima tra gli addetti ai lavori non ha raggiunto molta popolarità. Il motivo è dovuto probabilmente ad una specializzazione nel settore della moda che gli è valsa certamente prestigio internazionale e successo ma non gli ha consentito quella visibilità mediatica che altri colleghi hanno invece acquisito con progetti di grande impatto visivo.

Bruno Cals, brasiliano classe ’67, ex modello e oggi fotografo di talento, ha conquistato nella sua carriera svariati premi e onoreficenze, copertine importanti con lavori nell’ambito del fashion; però a me interessa in particolare il progetto Horizons, realizzato durante una lunga pausa tra una commessa e l’altra per le riviste di moda. Per sua stessa ammissione l’idea si è concretizzata quasi per la necessità di una boccata di ossigeno, per il bisogno di levare lo sguardo verso il cielo sfuggendo alla concitata, claustrofobica serialità dei backstages in studio.

Figlio di un architetto appassionato di fotografia ha sicuramente ereditato una spiccata sensibilità per entrambe le arti. Non è un caso che quando ha deciso di avviare questa raccolta di immagini piuttosto eteree, con vero senso di liberazione, ha focalizzato la sua attenzione su profili architettonici. Ma non si tratta dei soliti scorci urbani, Cals ha diretto l’obiettivo fotografico verso l’alto, ponendosi ai piedi delle facciate di edifici evidentemente interessanti ricavando dalle quinte verticali una percezione alternativa: una semplice rotazione zenitale del punto focale ha fatto si che le linee di gronda diventassero nuovi orizzonti dove convergono le linee prospettiche della facciata. Un espediente che trasforma visivamente le facciate in nuove strade, gli aggetti seriali in successioni di edifici, le vetrate continue in specchi d’acqua che riflettono il cielo. Se in alcuni casi questo semplice cambio di prospettiva si limita a rivitalizzare la sciatta serialità nel disegno di facciata, più spesso, come nel caso di architetture dallo stile più spregiudicato, l’espediente visivo finisce per ricreare visivamente nuove “pavimentazioni” che sostengono spazi alternativi dalle atmosfere metafisiche.

L’autore ottiene una magica combinazione di rigorosi geometrismi e di artisticità fotografica espressa con spirito certamente un po’ ludico. Un lavoro poetico, il suo, basato su un’idea semplice che ha prodotto un risultato originale esteticamente raffinato. Al link che segue potete trovare una gallery di immagini del progetto Horizon non presenti sul suo sito e forse ancora più interessanti per la particolarità delle architetture.

http://livelifeelectric.com/category/photography/page/9/

giugno 14, 2014

 

 
 

 

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Rosa shocking

Richard Mosse è un giovane fotografo irlandese che nel 2012, insieme a due collaboratori, si è recato in Congo tra le file dei ribelli armati per documentare la micidiale guerra che tormenta quei luoghi da decenni lasciando dietro di sé milioni di morti. Una scelta coraggiosa che lo ha messo di fronte ad una realtà atroce in preda alla totale anarchia. La sua indagine africana ha meritato la prestigiosa vetrina della Biennale di Venezia 2013 dove il Padiglione irlandese era rappresentato da una videoinstallazione molto efficace.

L’originalità del progetto di Mosse intitolato The Enclave si basa sulla scelta di raccontare il vissuto bellico congolese attraverso fotografie in infrarosso utilizzando una celebre pellicola che per anni è stata molto in voga nelle operazioni di spionaggio ed oggi è fuori commercio. L’espediente ha “tinto” l’intero reportage di un rosa improbabile; tutto ciò che era verde, alberi, prati, foglie, il colore della speranza e della natura più pura, ha assunto una tonalità shocking del tutto innaturale. Un cortocircuito visivo destabilizzante che genera un inevitabile disagio nello spettatore ammaliato dai cromatismi delicati di situazioni che, al contrario, sono tragiche. Si viene così a creare una tensione inedita tra l’etica del contenuto e la sua estetica. Richard Mosse mette in pratica un’operazione di forte valenza simbolica che si snoda attraverso molteplici piani di lettura: quello che normalmente si presenterebbe come uno sfondo naturale piuttosto anonimo e sfuggente diventa una compatta distesa rosa sulla quale si muovono i protagonisti di situazioni drammatiche che per assurdo, anziché rimanere in secondo piano a causa di queste chiazze di colore fuori contesto, risaltano ancora di più. Ma il fatto di rendere “esteticamente” visibile un colore inaccessibile ai nostri occhi rappresenta anche la riemersione nella nostra coscienza di una indignazione profonda di fronte ad una guerra che ancora oggi, nonostante tutto, passa troppo sotto silenzio. Bellissimi i paesaggi naturali, grandiosi, surreali e inquieti. Consiglio di vedere la video-intervista The Impossible Image, making off del progetto The Enclave.

Ma sul suo sito è pubblicato anche un altro abbacinante video di pochi minuti accessibile dalla voce di menu Theatre of War. Un lavoro sorprendente, asciutto ed essenziale come le immagini che lo compongono girate tra i resti della faraonica villa di montagna di Saddam Hussein eretta su uno sperone roccioso con una vista grandiosa sul fiume Tigri. Null’altro che una guarnigione di soldati annoiati pressochè immobili che sorvegliano il sito, seduti sul bordo di quel che resta della piscina oltre la quale il nostro sguardo scivola sulle sottostanti vallate desertiche fino a perdersi sull’orizzonte. Che situazione assurda quel contrasto di colori tra il fondo azzurro della piscina e le tonalità giallastre del contesto naturale arso dal sole! Assurda come l’ex dittatore che l’aveva fatta costruire, come la guerra che poi l’ha fatta a pezzi, come lo scenario irreale dello scheletro edilizio circondato dal nulla. Alcuni passaggi del video mi hanno fatto venire in mente le sequenze iniziali di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick: quelle più silenziose girate nell’immensità della natura selvaggia; inquadrature – e forse qualche movimento di camera – che, per la solennità del taglio compositivo e per le ottiche utilizzate, a focale molto corta, contribuiscono a rendere ancora più surreale lo scenario di devastazione. Uno scenario vuoto, privo di vita ma intriso di contenuti che pesano come macigni; come quelli staccatisi dalla villa.

giugno 08, 2014

 

 

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Sogno o son desto

Il sogno è uno dei momenti creativi per antonomasia. Da sempre è una sorgente magica di idee e di suggestioni che gli artisti riversano nelle loro creazioni, rielaborandole o traendone spunti originali. Dario Argento, ad esempio, ne ha sempre ammesso la fondamentale importanza ispiratrice per i suoi films orrorifici. Ma talvolta è ancora più divertente analizzare il percorso inverso intrapreso da alcuni registi visionari che attuano una forma di ricostruzione cosciente dell’esperienza onirica; spesso le loro opere riescono a riproporre la surreale inquietudine dei nostri sogni così assurdi eppure intrisi di uno spiazzante realismo.

Mi viene in mente a tal proposito il regista Michel Gondry, poliedrico artista francese che nei suoi video musicali ha materializzato in modo efficace i paradossi fantasiosi delle visioni notturne; consiglio assolutamente di vedere, per chi non li conoscesse già, i bellissimi video musicali dei brani Human Behaviour di Bjork, dalle atmosfere tormentate, ed Everlong dei Foo Fighters che invece, seppur in modo spiccatamente ludico, riesce abilmente a mescolare i toni grotteschi con un penetrante senso di inquietudine, supportando in modo geniale i cambi di ritmo di un pezzo rock trascinante. Due brani musicalmente bellissimi così come il loro accompagnamento visivo, colorato e divertente, che nel primo caso gioca sulle ambientazioni  favolistichee nel secondo sull’assurdità delle situazioni.

In campo fotografico, invece, ho recentemente scoperto l’opera del giovane Nicolas Bruno. Un lavoro sorprendente quello del giovane newyorkese che trae ispirazione dai suoi incubi notturni, causa frequente di bruschi risvegli dagli effetti paralizzanti: una vera e propria patologia di cui è affetto dall’età di 15 anni. Nicolas riesce a convertire questa terribile esperienza in immagini, realizzando opere intrise di atmosfere surreali che citano apertamente e con un lieve tocco di lirismo le intuizioni del grande Magritte. Foto mai brutali, accomunate da uno stile un po’ ovattato come lo possono essere i sogni dopo lo stordimento del risveglio. Una leggerezza estetica che contrasta con l’angosciosità dei temi proposti: acqua e fuoco come elementi potenzialmente ostili, stati di solitudine fisica o psicologica che sottolineano il disagio dell’esperienza inconscia, luci crepuscolari: tutti ingredienti piuttosto convenzionali che risultano però valorizzati da molte buone idee e da una confezione grafica davvero raffinata. Un gran bel lavoro per un autore così giovane.

giugno 03, 2014

 

 

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Solitudine urbana

Il regista Wim Wenders, dopo qualche anno, torna ad esporre a Roma con una nuova mostra fotografica intitolata Urban Solitude. Promossa dalla Regione Lazio, nell’ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura, e da Incontri Internazionali d’Arte e Civita, è una preziosa occasione per apprezzare ancora una volta un aspetto del suo talento che è parte integrante della carriera di regista di successo. Allestita nelle sale di Palazzo Incontri, una bella e appropriata cornice dall’atmosfera piuttosto intima, consta di 25 grandi stampe a colori rigorosamente analogiche. Tema centrale alcuni paesaggi urbani accomunati dal tema della solitudine e della desolazione. Colpisce l’intensità del suo sguardo malinconico, spesso angoscioso, sempre riflessivo, che eludendo qualunque riferimento diretto alle persone, mai presenti negli scatti, si concentra con intensità su alcune situazioni architettoniche simbolicamente significative. Gli scenari di Wenders sono segnati dal tempo, dalla storia, dalle azioni più o meno qualificate dell’uomo che ha lasciato traccia del suo duplice passaggio: quello che dapprima ha colmato i vuoti urbani con nuove costruzioni e che successivamente le ha alterate con il suo vissuto. Un passato doloroso testimoniato da cicatrici evidenti sulle strutture e sulle loro superfici. Scorci ombrosi, facciate degradate, porte e finestre senza vita che lasciano trapelare l’abbandono interiore. Un viaggio nella memoria e nel tempo. Un’analisi dura, lucida, dettagliata, senza orpelli poetici che Wenders lascia piuttosto ai sintetici ma significativi testi di accompagnamento. Una ricerca visiva improntata ad un realismo che richiama certamente l’indagine pittorica che il grande Edward Hopper aveva applicato sulla realtà americana con animo più romantico. La riflessione di Wenders, invece, è più intimamente composta. Non manca una componente surreale in questi ambienti dai quali trapela un senso di inquietudine interiore: una desolazione talmente arida da sconfinare in atmosfere vagamente metafisiche. Chi si aspetta immagini spettacolari che colpiscano occhi e pancia, assecondando visite frettolose, non vada a vedere questa mostra. Wenders è un fine narratore che parla al cuore e all’intelletto e che richiede la predisposizione ad una lettura profonda di immagini semplici solo all'apparenza. La mostra rimarrà aperta fino al 6 luglio nelle sale di Palazzo Incontro in Via dei Prefetti 22, a Roma

maggio 24, 2014

 

 

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Ceneri e neve

Ceneri e Neve: Ashes and Snow. Questo il titolo del famoso progetto artistico di Gregory Colbert, da anni in giro per il mondo con una spettacolare mostra itinerante. Un lavoro mastodontico senza precedenti costato all’ideatore oltre un decennio di attività con il supporto, per sua fortuna, di una nota multinazionale elvetica che ne ha fatto una forma alternativa di marketing pubblicitario. Ashes and Snow è una raffinatissima idea artistica che si è concretizzata in immagini, video e testi. Lo spunto di partenza è incentrato sulla visione lirica del rapporto tra uomo e animali: Colbert parte dal presupposto concettuale di una natura dove gli esseri viventi trovano la loro collocazione armonica senza alcuna prevaricazione. La sua indagine emotivamente partecipe si è espressa in una serie di fotografie di enorme impatto visivo ma soprattutto in un video davvero spettacolare per la sua maestosità. Tutta la produzione è stata realizzata con paziente ricercatezza ed una omogenea quanto elegante veste grafica: web-site, immagini, cataloghi e filmato, infatti, sono permeati di una calda cromaticità ambrata, quasi un bianco e nero seppiato. Una scelta azzeccata che oltre a valorizzare la propria cifra stilistica rimuove qualunque possibilità di distrazione cromatica per potersi concentrare, invece, sui soggetti e sulle azioni.

Le fotografie colpiscono immediatamente per la loro bellezza e possono essere apprezzate appieno sul sito internet: animali selvaggi che interagiscono, anche con la loro sola presenza, con esseri umani che sembrano assorti in una sorta di empatia emotiva con la natura circostante; una sinergia che trova la sua massima espressione in alcune occasioni di contatto, quasi delle danze, gestite in modo sapiente da un’accuratatissima regia. Siamo spettatori di sorprendenti cortocircuiti visivi basati sul contrasto tra figure umane alquanto lievi, simbolo di purezza, e animali selvaggi evocativi di una natura quasi primordiale. A fare da grembo materno a questo idillio ambienti naturali ed architetture storiche pervase da una intensa spiritualità.

Il film merita un discorso a parte. Diciamo subito che la versione integrale non è di facile approccio, soprattutto sul pc, a causa della durata, poco più di un’ora ma anche e soprattutto per la ritmica piuttosto lenta i cui effetti sono amplificati da un costante rallenty che esalta la liricità di ogni scena. Spiazza l’assenza di qualunque spunto narrativo, manca totalmente una sceneggiatura. Assistiamo ad una sequenza di scene che potremmo definire fotografie cinetiche e che spesso hanno la fissità propria di uno scatto. E’ un lavoro che certamente si colloca a metà tra il documentario, il reportage fotografico e la video-arte. Ma chiunque si avvicinerà a queste immagini per la prima volta rimarrà senza parole sentendosi immediatamente coinvolto in uno spettacolo visivo alquanto solenne e molto emozionante. Bastano i pochi fotogrammi iniziali accompagnati, come tutto il film, da un funzionale tappeto musicale, per sentirci rapiti in un viaggio emozionale etereo e sognante. Non si rimane certo indifferenti di fronte alle figure umane che danzano sinuose sott’acqua insieme ai capodogli, forse la scena più impressionante; così come davanti ai bellissimi controluce sabbiosi tra le dune del deserto dove bambini in contemplazione mistica e giovani fanciulle dormienti si trovano fianco a fianco a placidi felini incuranti della loro presenza come fossero componenti della famiglia, predatori dall’aspetto feroce che sembrano vegliare, rassicuranti, sul nostro riposo. Per non parlare degli elefanti che, con la loro collaborazione scenica piuttosto inquietante, assurgono ad un ruolo quasi ieratico.

Dalla home page animata è possibile accedere a due corposi estratti del film (works – films) , da vedere a tutto schermo, con il volume ben dosato e, soprattutto, con il giusto stato d’animo. Potete dare subito un’occhiata ai primi secondi dei video per farvi un’idea e vi piacerà senz’altro, ma consiglio di assaporare queste sensazioni uniche dedicandogli un momento di tranquillità. La ricerca della totale intimità con queste immagini consentirà di abbandonarvi ad un’esperienza visiva straordinaria che necessita l’assenza di ogni filtro razionale: per entrare in piena sintonia con quello stato di contemplazione che ha consentito a Colbert di produrre questo lavoro visionario.

maggio 17, 2014

 

 

Larghe vedute

Adoro il formato panoramico nella fotografia. Mi piace vederlo, mi piace ancora di più utilizzarlo quando i miei occhi tentano di elaborare la sintesi di una veduta troppo ampia e uno scatto singolo nel classico formato 4:3 appare un frustrante compromesso. Ma non sempre una fotografia panoramica è tale per una necessità di compressione visiva. Talvolta è una ragione di stile, un modo di vedere il mondo, una ricerca di eleganza che rende l’immagine più piena e complessa, oppure più significativa nonostante l’essenzialità dell’inquadratura.

Quando mi sono imbattuto in Horst Hamann, grazie ad un sorprendente regalo di un amico caro, ho scoperto come si può utilizzare il formato extra large prescindendo dalla reale necessità di raccogliere un orizzonte esteso. Il formato di Hamann è lungo per pura propensione prospettica, per un’ambizione di solennità, per una congenialità tecnica che riesce ad applicare ad una veduta così come ad una natura morta allestita su un piccolo tavolo. Basta scorrere le gallery del suo sito, sobrio e molto elegante, per capacitarsi della sua versatilità in questo senso. Ma i capolavori di Hamann rimangono a mio parere le indagini metropolitane e i paesaggi.

Segnalo in particolare le gallery Americana, Paris Vertical, New York, Deutschland. Una lezione sull’uso e sull’interpretazione del formato panoramico nella fotografia che ci insegna nuovi modi di guardarci attorno e di estendere la focalizzazione del nostro sguardo al contorno di un soggetto richiamando e convogliando linee prospettiche altrimenti sfuggenti. Meravigliosa la pubblicazione New York Vertical Classic che sul sito viene segnalata con un apposito link in alto ma che risulta penalizzata enormemente da immagini scure e piccole. Il libro in formato cartaceo, invece, è bellissimo e sono le panoramiche di architettura più belle che mi sia mai capitato di vedere. Potete apprezzarne alcune – e ne vale la pena – in questi link alternativi:

http://qube-hotel-heidelberg.de/en/qube-art-en/horst-hamann/

https://editionpanorama.com/typo3temp/pics/c4f323ddd1.jpg

maggio 10, 2014

 

Il realismo surreale di Irene Kung

Ci sono artisti che nel momento in cui riescono ad imporsi all’attenzione generale di pubblico e critica sono destinati immediatamente a suscitare reazioni molto contrastanti. Da quando, peraltro, l’avvento del digitale ha radicalizzato le possibilità espressive della fotografia, capita sempre più spesso che in tanti si muovano sul confine di quello che molti di noi considerano un limite etico, tangente ad altre discipline più propriamente afferenti la grafica e il fotoritocco. Irene Kung, elvetica, ha sviluppato un proprio stile visionario, eccentrico, estremo che a molti ha già fatto storcere il naso. Eppure tutti ne parlano perché la sua poetica è originale, influenza colleghi e genera imitazioni.

L’arte di Irene si basa su un paradosso tecnico-formale: da un lato la ricerca di in estremo realismo del soggetto, di una verosomiglianza ottenuta attraverso una nitidezza cristallina; dall’altro l’immersione del soggetto stesso in un limbo spaziale assolutamente indefinito e oscuro. Un’atmosfera magica pervade architetture, piante, animali, paesaggi che vengono decontestualizzati per essere avvolti in modo del tutto artificiale dalle tenebre o dalla nebbia, come fossero ritratti all’interno di uno studio di posa dove le luci dei riflettori vengono concentrate sull’elemento centrale facendo il buio attorno. Una drastica manipolazione digitale che riesce nel tentativo, forse involontario, di riproporre con effetti moderni le atmosfere delle prime fotografie della storia, contraddistinte per propri limiti tecnici da quella vignettatura vintage così fascinosa. Un contradditorio dialogo di luci e ombre, ma anche di temperature di colore dove alla sensuale carezza offerta ai nostri sensi da profumi, da superfici, da sfumature che sembrano sprigionarsi dai suoi modelli, animali o paesaggi che siano, fa brutale riscontro l’oscura freddezza del nuovo ambiente in cui sono calati; un contesto che viene stralciato del tutto, come aspirato, per lasciare galleggiare le forme nel vuoto. Uno stratagemma che le rende assolute e silenziose come fossero all’interno di teche museali ma non si tratta di impassibili nature morte, tutt’altro; Irene Kung ci tiene ad esaltare la presenza vitale di alberi, di mucche, di cavalli, di onde marine o di monumenti. Il suo scopo è proprio quello di elevarli alla nostra attenzione per uno stato superiore di contemplazione visiva, basata sul rispetto e sul silenzio. La stessa che coinvolge la fotografa nel momento in cui, davanti al Colosseo, si astrae dal frenetico turbinio di gente e di auto, per concentrarsi sulla vivida presenza del monumento; una sensazione ispiratrice che recupera successivamente in studio quando in fase di post-produzione annerisce lo spazio che circonda il profilo architettonico facendolo emergere in modo lampante, togliendo ogni riferimento al “dove” e al “quando” ed esigendo concentrazione sul “cosa”.

Emblematico e ironico il “Quarto Stato”, un fronte di vacche, belle e tipicamente elvetiche, che rende omaggio al celebre quadro di Pellizza da Volpedo: lo stesso approccio prospettico centrale, dinamico e solenne, così carico di un assoluto simbolismo. Mi viene da pensare ad una sorta di realismo surreale, memore di alcune sensazioni spiazzanti di memoria surrealista; ma se in quel caso il cortocircuito visivo si basava proprio sull’onirico immobilismo di forme inanimate associate in modo innaturale, nel caso della Kung abbiamo a che fare, al contrario, con la volontà forte di rendere ancora più veri i suoi soggetti focalizzando tutta la nostra attenzione osservativa attraverso immagini nitide prive di una qualunque collocazione. Un'anomala convivenza di suggestioni visive antiche e moderne esaltata dalla tecnologia più contemporanea.

maggio 03, 2014

 

Brividi d’alta quota

Prima o poi doveva succedere. Con la passione che ho per la montagna, antica e viscerale, era impossibile non scrivere qualcosa sull’argomento. Ma proprio per questo mi voglio censurare per evitare qualunque pericolosissima divagazione, romantica o tecnica che sia. Mi limito pertanto a segnalarvi in tutta semplicità due magnifici fotografi di montagna, rappresentativi di altrettanti approcci tecnico-artistici agli antipodi ma che proprio per questo, proposti insieme, contribuiscono a definire l'essenza più significativa di questa disciplina d’élite. E’ sempre difficile selezionare autori del genere nella giungla fittissima di fotografi specializzati sul tema che si distinguono quasi sempre per essere alpinisti, climbers, escursionisti e molto più raramente dei semplici artisti. Ho voluto affiancare un illustre esponente della fine-art d’autore ad un fotografo d’assalto specializzato in riprese sportive. Paesaggio e tecnica: due aspetti della fotografia di montagna indissolubilmente legati e fortemente condizionanti.

Davide Camisasca è sicuramente uno dei migliori specialisti del settore. Nato a Milano nel ’53, guida alpina di Gressoney, da alcuni decenni si è imposto come una firma d’autore nel suo ambito dove può vantare una grande esperienza tecnica. Tra i primi a realizzare immagini panoramiche d’alta quota, ha maturato uno stile molto personale basato sulla predilezione per il bianco e nero ma, soprattutto, su una grande sensibilità estetica. A queste qualità bisogna aggiungere il contributo determinante dato dalla possibilità di riprendere scenari favolosi in condizioni di luce esclusive grazie alla sua abilità alpinistica che gli consente di raggiungere punti di ripresa eccezionali. Fotografare da queste altezze, durante un’intensa attività sportiva, comporta notevoli difficoltà per le limitazioni di tipo ambientale e logistico. Realizzare scenari come quelli della gallery “Oltre i 4000”, pubblicata sul suo sito, richiede una preparazione totale. Le immagini parlano da sole e lasciano senza fiato. Peccato per le ridotte dimensioni della visualizzazione on-line, per ragioni evidentemente commerciali, che penalizza un pieno apprezzamento delle foto.

Simon Carter, invece, è un noto fotografo di arrampicata sportiva. Ce ne sono tanti e questo genere di riprese suscita sempre grandi emozioni per le vertiginose prospettive che il free-climbing è in grado di offrire anche a chi non lo pratica grazie a professionisti dell’immagine come lui. Carter, però, si distingue per come sa  valorizzare il gesto sportivo, sempre centrale, con un’ambientazione coinvolgente ed emozionante. A volte si avvale di un piccolo ma significativo dettaglio sullo sfondo, quasi sempre trova l’angolo di ripresa ottimale, spesso ti sbatte in faccia una prospettiva abissale i cui effetti sono amplificati dall’ottica grandangolare che dilata la veduta e restituisce tutta la terrificante spazialità del vuoto. Anche in questo caso la preparazione psico-fisica, oltre che strettamente tecnica, è determinante per ottenere immagini così belle, realizzate in posizioni precarie dove è difficile mantenere la concentrazione e gestire le riprese in notevoil difficoltà logistiche. Godetevi questa fantastica galleria di fotografie mozzafiato.

aprile 19, 2014

 

 

Una lezione di stile: Jeanloup Sieff

La prima monografia che ho acquistato nella mia vita è stata quella di Jeanloup Sieff e fu amore a prima vista. Ancora ricordo il mio stupore, sfogliando le pagine del catalogo, nello scoprire una rassegna di immagini, tutte indimenticabili, che spaziavano dal glamour alla pubblicità, dal ritratto al paesaggio, con una varietà di generi che non avevo mai riscontrato fino a quel momento in un solo autore. Fu soltanto dopo la rivelazione di un talento così abbacinante che capii veramente quanto alcune di quelle immagini avessero condizionato la cultura fotografica del tempo rinnovandone forma e contenuto. Sieff è stato uno dei maestri indiscussi del Novecento ed ha lasciato un segno indelebile al pari di altri grandi autori molto versatili come quell’Ernst Haas al quale ho voluto rendere omaggio qualche settimana fa in un’altra recensione.

Ancora oggi Sieff è uno dei miei fotografi preferiti e rappresenta un granitico punto di riferimento per una tecnica e uno stile che sono stati elementi centrali del suo strepitoso contributo artistico. Un approccio modernissimo, il suo, basato slla cura maniacale della post produzione seguita con un’accuratezza che ha precorso i tempi: inconfondibile il taglio aggressivo delle sue foto esaltato dall’uso frequente di ottiche grandangolari che nel settore della moda si impose come una vera innovazione. Era solito applicare abilmente in fase di stampa mascheratura, bruciatura e vignettatura, oltre che un efficace restringimento dei bordi dell’immagine: otteneva così un modo personale e molto energico per centrare l’attenzione dell’osservatore sugli elementi focali e costitutivi della composizione. I suoi paesaggi, grazie a questi accorgimenti, risaltano di una intensità drammatica: faceva costantemente ricorso ad una saturazione delle ombre quasi esasperata, ad un contrasto talmente vigoroso da conferire una cifra stilistica inconfondibile ad ogni suo scatto, a prescindere che stesse riprendendo una duna del deserto o il vestito di una mannequin.

Sieff è ancora oggi sinonimo di eleganza, essenzialità e precisione. Si impose presto nel mondo della moda e del glamour, di cui divenne una figura emblematica, grazie a numerose collaborazioni di enorme prestigio con testate come Elle, Look, Glamour, Vogue, Queen. Il nudo femminile è stato il suo maggiore campo di ricerca e di sperimentazione, grazie ad uno stile ironico e sensuale che ha fatto scuola. Nudi bellissimi per la loro originalità sottolineata da allestimenti innovativi e talvolta divertenti. Un approccio privo di convenzionalità che ha valorizzato il corpo delle modelle avvicinandolo in modo trasgressivo ma senza privarlo di naturalezza. Le sue donne non sono algide, assenti e statuarie come quelle di Helmut Newton, sono ragazze con la loro personalità corporea, talvolta non priva di lievi difetti, veri e pulsanti. Forme eleganti, riprese con occhio complice e un lieve tocco di umorismo, dosato con precisione e buon gusto, che esalta la verità della loro presenza. Il nudo di Sieff è sempre erotico, mai volgare. Quando lo scatto non esigeva un’attenzione centrale sulla modella per ragioni commerciali, lo sguardo di Sieff ricercava la sensuale bellezza del corpo come valore assoluto e riusciva a trattarlo come fosse vero paesaggio; oppure si limitava a dare il giusto risalto ad un viso che esprimeva in quell’istante la propria emotività.

Eppure, nonostante la celebrità acquisita con questo genere di lavori, Sieff ha lasciato un segno forte anche nel reportage, nel ritratto e nel paesaggio. Indimenticabili gli scatti che ritraggono una giovanissima Catherine Deneuve e un esilarante Alfred Hitchcock: omaggi che spiccano in una moltitudine interminabile di altri ritratti, tutti intensi, vitali e importanti. Meraviglioso il reportage sulla Death Valley negli Stati Uniti ripreso negli anni ‘70 e rimasto nella storia della fotografia: tra i più belli che mi sia mai capitato di vedere, intriso di lirica bellezza, vera lezione di arte e poesia che mette in secondo piano, da questo punto di vista, perfino i capolavori di Adams, sicuramente meno espressivi. Chi ama la fotografia non può prescindere da Sieff e non può esimersi dal ringraziarlo, ancora e sempre, per l’eredità che ci lasciato.

aprile 12, 2014

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